mercoledì 31 agosto 2016

I soldi fanno la felicità?








C'è chi dice che con i soldi non si possa comprare la felicità, e le ricerche sul tema condotte fino ad oggi sembrano confermare questa teoria. Un nuovo studio pubblicato su Psychological Science da un gruppo di ricercatori della Cambridge Judge Business School e del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Cambridge (Regno Unito) svela però un nuovo aspetto della questione, dimostrando che poter spendere per acquistare prodotti o servizi in linea con la propria personalità aumenta la soddisfazione nei confronti della propria vita e può davvero rendere più felici.

Lo studio ha previsto prima di tutto la classificazione della personalità dei 625 partecipanti in base ai cosiddetti Big Five della psicologia: estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale. Grazie alla collaborazione con una banca multinazione con sede nel Regno Unito i ricercatori hanno potuto incrociare i dati sulla personalità con più di 77 mila transazioni bancarie effettuate dai partecipanti. Oltre a rilevare una maggiore tendenza a spendere di più per acquistare prodotti e servizi corrispondenti alla propria personalità (nel caso di una persona estroversa, ad esempio, una cena in un pub) i ricercatori hanno anche osservato un'associazione tra acquisti in linea con la propria personalità e una maggiore soddisfazione per la propria vita.

La conferma dell'associazione è arrivata da un secondo esperimento in cui i partecipanti hanno ricevuto dei buoni da spendere in una libreria o in un bar. Le persone estroverse che hanno potuto utilizzarlo in un bar sono risultate più felici rispetto alle persone introverse che sono state costrette a spenderlo nello stesso modo. Viceversa, gli estroversi obbligati a spendere il buono in una libreria ne sono stati meno felici rispetto agli introversi che hanno potuto usarlo per acquistare libri.

Forse ancora più interessante, i ricercatori hanno scoperto che utilizzare i soldi a disposizione per acquisti in linea con la propria personalità aumenta la soddisfazione personale più che guadagnare molto o poter spendere molto. I soldi, insomma, possono fare davvero la felicità, ma solo se spesi per soddisfare i propri bisogni psicologici. “I nostri risultati – sottolinea Sandra Matz, primo nome dello studio – suggeriscono che spendere soldi in prodotti che ci aiutano ad esprimere chi siamo come individui potrebbe rivelarsi importante per il nostro benessere tanto quanto trovare il giusto lavoro, il giusto posto in cui vivere o addirittura i giusti amici o partner”.






domenica 24 luglio 2016

La psicoterapia sull'ansia funziona più che i farmaci...


Si chiama “Disturbo da ansia generalizzata” ed è quella forma di ansia persistente, difficile da controllare, che rende costantemente preoccupati, anche quando non ci sarebbero motivi. Alla preoccupazione si associano spesso irritabilità e sintomi somatici, quali la sensazione di stanchezza e la tensione muscolare.

Caratteristiche di un disturbo persistente
Diversi studi hanno dimostrato che questo disturbo è più frequente in chi ha avuto difficili esperienze in età infantile e tra le persone che hanno la tendenza a mostrarsi timide e inibite di fronte alla nuove situazioni. La persona ansiosa osserva l’ambiente circostante alla continua ricerca di possibili segnali di pericolo, di minacce incombenti. Si preoccupa a dismisura quando c’è da risolvere un problema, ha difficoltà a tollerare le situazioni di ambiguità e incertezza, è oppressa dalla sensazione di mancato controllo. Si tratta di un disturbo che può persistere ma che si può anche superare, seppure con un certo rischio di ricaduta: una ricerca pubblicata sull’American Journal of Psychiatry indica che il 60% delle persone ne soffre ancora dopo 12 anni dalla prima rilevazione; del 40% che lo ha superato, circa la metà torna a essere nuovamente preda dell’ansia nel giro di altri 12 anni. Il decorso è più protratto tra le persone che hanno iniziato ad avere già da molto giovani i primi sintomi dell’ansia. Si tratta dei casi nei quali è più facile che si associno a questa condizione anche altri disturbi psichici, come la depressione, disturbi d’ansia ulteriori legati a specifiche condizioni di vita, e l’uso di sostanze.
 
Per l’ansia cronica grandi risultati con la psicoterapia
A fronte di un’ansia tendenzialmente cronica, si cerca di ricorrere il meno possibile ai farmaci ansiolitici, più indicati per il trattamento di forme acute e transitorie. L’obiettivo diventa puntare su una psicoterapia. «Gli ansiolitici, come le benzodiazepine, possono indurre dipendenza e assuefazione, con il risultato che nel tempo il paziente può aumentarne la dose nel tentativo di ricercare gli stessi effetti. E quando il farmaco viene sospeso di solito l’ansia torna a salire — dice il dottor Paolo Migone, psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane —. Possono essere usate con qualche beneficio altre classi di farmaci, ad esempio certi antidepressivi, che a volte agiscono anche contro l’ansia, ma per ottenere risultati migliori non si può prescindere da una psicoterapia. Durante le sedute si cerca di comprendere se nella vita del paziente vi sono motivi alla base della sua ansia, e lo si fa in una situazione di sicurezza e rilassamento all’interno della relazione terapeutica». «Vi sono vari approcci psicoterapici per l’ansia generalizzata, — prosegue Migone — molti dei quali sono diffusi anche in Italia, dove operano psicoterapeuti di orientamenti diversi. Dalla ricerca in psicoterapia risulta una maggior efficacia delle terapie cognitivo-comportamentali, si può affermare senz’altro, dati alla mano, che la psicoterapia è efficace nel trattamento dell’ansia più di quanto siano efficaci i farmaci antidepressivi nel trattamento della depressione».
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Fonte: http://www.corriere.it/



sabato 14 maggio 2016

La psicoterapia meglio dei farmaci...






La psicoterapia cognitivo-comportamentale: 
La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un percorso di trattamento dei disturbi psicologici che mira ad alleviare la sofferenza emotiva attraverso la modifica di schemi mentali e comportamenti controproducenti. La terapia cognitivo-comportamentale prevede incontri settimanali per una durata media di tre-sei mesi che si può estendere fino a dodici mesi in casi di grave sofferenza emotiva.
Il termine del percorso viene eventualmente seguito da alcune sedute di controllo. Gli obiettivi generali della psicoterapia cognitivo-comportamentale sono: (1) identificare regole, credenze, stili di pensiero e comportamenti che generano e mantengono il malessere emotivo, (2) imparare a riconoscerli nel momento in cui si attivano, (3)modificarli e sostituirli con pensieri e comportamenti alternativi e più utili.
Attraverso queste tre tappe la psicoterapia guida il cliente verso un cambiamento che permetta di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva. La psicoterapia cognitivo-comportamentale si avvale di tecniche basate sul colloquio clinico, esercizi comportamentali e tecniche immaginative. L’acquisizione stabile delle nuove strategie richiede sempre un esercitazione continua che avviene attraverso compiti da svolgere tra le sedute.

A.c.t. (“Terza generazione” Cognitivo-Comportamentale)
Acceptance and Commitment Therapy, o ACT (“ACT” si pronuncia come singola parola, non come lettere separate) è una nuova forma di psicoterapia, con solide basi scientifiche, e fa parte di quella che viene definita la “terza onda” della terapia cognitivo comportamentale (Hayes, 2004). L’ACT è basata sulla Relational Frame Theory (RFT): un programma di ricerca di base sulle modalità di funzionamento della mente umana (Hayes, Barnes-Holmes, e Roche, 2001). Questa ricerca suggerisce che molti degli strumenti che le persone utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea sofferenza.
L’ACT prende in considerazione alcuni concetti non convenzionali:
  • La sofferenza psicologica è normale, è importante ed accompagna ogni persona.
  •  Non è possibile sbarazzarsi volontariamente della propria sofferenza psicologica, anche se si possono prendere provvedimenti per evitare d’incrementarla artificialmente.
  • Il dolore e la sofferenza sono due differenti stati dell’essere.
  • Non bisogna identificarsi con la propria sofferenza.
  • Si può vivere un’esistenza dettata dai propri valori, iniziando da ora, ma per farlo si dovrà imparare come uscire della propria mente ed entrare nella propria vita.
In definitiva, ciò che viene richiesto dall’ACT, è un fondamentale cambiamento di prospettiva: uno spostamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale.
I metodi di cui si avvale forniscono nuove modalità per affrontare le difficoltà di natura psicologica e cercano di cambiare l’essenza dei problemi psicologici e l’impatto che essi hanno sulla vita.

L’Acceptance and Commitment Therapy si basa su tre punti fondamentali:
Mindfulness: è un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in oriente attraverso varie forme di meditazione. Recenti ricerche nella psicologia occidentale, hanno provato che praticare la mindfulness può avere benefici psicologici importanti (Hayes, Follette, & Linehan, 2004). Attraverso tali tecniche si impara a guardare al proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso; si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a cercare di regolare i propri contenuti psicologici.
Accettazione: si basa sulla nozione che, di norma, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. L’ACT opera una chiara distinzione tra dolore e sofferenza. Per la natura del linguaggio umano, quando ci si trova di fronte ad un problema, la tendenza generale è di capire come attaccarlo.
Capire come liberarci dagli eventi indesiderati (come predatori, freddo, inondazioni) è sempre stato un fattore essenziale per la sopravvivenza della razza umana; tuttavia il tentativo di usare questa stessa organizzazione mentale dinanzi alle proprie esperienze interne non funziona. Quando ci si imbatte in un evento interno doloroso infatti, si tende a fare ciò che si fa solitamente: organizzarlo e risolverlo per sbarazzarsene. In realtà però le esperienze interne non sono uguali agli eventi esterni e i metodi per cercare di eliminarle non funzionano. Deve essere chiaro che l’accettazione, come viene intesa in questo contesto, non è un atteggiamento nichilistico auto-distruttivo ; né un tollerare il proprio dolore, o il sopportarlo, ma è un vitale e consapevole contatto con la propria esperienza.
Impegno e vita basata sui valori: quando si è coinvolti nella lotta contro i problemi psicologici spesso si mette la vita in attesa, credendo che il proprio dolore debba diminuire, prima di iniziare nuovamente a vivere. L’ACT invita a uscire dalla propria mente ed entrare nella propria vita intraprendendo azioni impegnate in direzione di quelli che sono i propri valori. 
Emdr (eyes movement desensitization and reprocessing)

EMDR è un approccio complesso ma ben strutturato che può essere integrato nei programmi terapeutici aumentandone l’efficacia. Considera tutti gli aspetti di una esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Questa metodologia utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali. Si basa su un processo neurofisiologico naturale, legato all’elaborazione accelerata dell’informazione.  
L’EMDR vede la patologia come informazione immagazzinata in modo non funzionale e si basa sull’ipotesi che c’è una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico.  Quando avviene un evento ”traumatico” viene disturbato l’equilibrio eccitatorio/inibitorio  necessario per l’elaborazione dell’informazione.  Si può affermare che questo provochi il ”congelamento” dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto. Questa informazione ”congelata” e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici.
 I movimenti oculari saccadici e ritmici usati con l’immagine traumatica, con le convinzioni negative ad essa legate e con il disagio emotivo facilitano la rielaborazione dell’informazione fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. Nella risoluzione adattiva l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. 

Il training autogeno
Il training autogeno, così come proposto e divulgato dal fondatore del metodo J.H.SCHULTZ (1932), è oggi uno dei metodi psicoterapici più facilmente impiegabili nel trattamento di gran parte delle turbe neuropsichiche.
Il t.a. è uno strumento ormai così diffuso che di esso si avvalgono sia le persone bisognose di riequilibrare funzioni alterate, sia le persone “sane” che desiderano migliorare la propria qualità di vita.
“Trainig” = allenamento
“Autogeno”= che si genera da sé
Per comprendere che tipo di allenamento è quello che riguarda il t.a., bisogna rifarsi al concetto di commutazione che vuol dire cambiare uno stato di cose ormai stabilmente strutturato; dal punto di vista fisiologico cambiano infatti le relazioni fra le strutture del sistema nervoso, soprattutto a livello neurovegetativo. Dal punto di vista psicologico, commutare significa cambiare atteggiamenti mentali radicati, usare in modo diverso il pensiero, l’attenzione, la concentrazione; nella vita quotidiana ci si addestra a fare qualcosa, nel t.a. ci si avvicina verso il non fare.
Con l’allenamento del t.a. conquistiamo la capacità di staccarci dalla passione di agire , di operare sulla realtà per adattarla ai nostri fini: nel t.a. ci si allena a non allenarsi!
La pratica del t.a. infatti consiste in un apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati, allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza (L.Peresson).
I principali risultati che si possono ottenere con la pratica del t.a. sono tre:  equilibrio neurovegetativo, stato di calma e modifiche di personalità.

In definitiva, il Training Autogeno si può  definire come:
“una psicoterapia breve, fondata sui principi dell’ideoplasia e della concentrazione psichica passiva, che consente di realizzare, mediante uno speciale allenamento psicofisico, l’equilibrio neurovegetativo, la calme e positive modificazioni di personalità.”

Desensibilizzazione sistematica:
Il nucleo della teoria della DS formulato da Wolpe afferma che: se è possibile fare in modo che una risposta antagonista all’ansia compaia alla presenza dello stimolo ansiogeno, in modo tale che essa provochi l’eliminazione parziale o totale della risposta d’ansia, si viene ad indebolre il legame esistente tra questo stimolo e l’ansia stessa.
Gli elementi che costituiscono la desensibilizzazione sistematica cono: l’individuazione e l’utilizzazione di stimoli che producono risposte in grado di inibire l’ansia, il graduale passaggio da situazione-stimolo meno ansiogena a situazione-stimolo più ansiogena, la sostituzione di risposte indicatrici di minore ansia a risposte indicatrici di una ansia maggiore nei confronti di una stessa situazione stimolo.
Quindi:
1 - L’addestramento al rilassamento
2 - La costruzione di una gerarchia indivudualizzata di stimoli ansiogeni
3 - L’abbinamento degli item della gerarchia con lo stato di rilassamento (desensibilizzazione sistematica vera e propria).
Molti dati sperimentali dimostrano che la desensibilizzazione sistematica è stata usata con successo nel trattamento di un’ampia varietà di disturbi fobici, come la paura delle altezze, della guida dell’automobile, di diversi animali, degli esami, di parlare  in pubblico, di volare, dell’acqua, di figure autoritarie, delle iniezioni, della folla ed altre.




martedì 23 febbraio 2016

Lo strees è contagioso!





Lo stress può essere letteralmente contagioso. A dimostrarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Psychoneuroendocrinology da Veronika Engert e colleghi del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia e della Technische Universität di Dresda, in Germania, secondo cui basta osservare una persona stressata per dover fare i conti con un aumento dei livelli di cortisolo, l'ormone dello stress.

“I disturbi da stress sono fra i problemi psicologici più frequenti – spiegano gli autori dello studio – In questo contesto sorge la domanda se lo stress inevitabilmente presente intorno a noi abbia il potenziale di 'contaminarci' e comprometterci”. Per verificarlo i ricercatori hanno valutato quanto l'empatia possa entrare in gioco anche nel caso dello stress misurando i livelli di cortisolo in individui cui è stato chiesto di osservare altre persone sottoposte a uno stress psicologico. Ne è emerso che, in generale, nel 26% degli osservatori le quantità di ormone dello stress aumentavano nonostante non fossero i bersagli diretti dello stress psicologico. Ma c'è di più: se tra l'osservatore e l'osservato c'era un rapporto intimo i casi in cui il cortisolo aumentava erano pari addirittura al 40%. Tuttavia un aumento dei livelli dell'ormone dello stress sono stati osservati anche nel 10% dei casi in cui la persona osservata era un perfetto estraneo. Infine, il cortisolo è risultato aumentare sia quando l'osservatore assisteva “in diretta”, attraverso uno specchio, alla situazione di stress cui era sottoposto l'osservato (in particolare, nel 30% dei casi), sia quando l'osservazione avveniva attraverso l'osservazione di un video (24% dei casi). “Questo – ha spiegato Engert – significa che anche i programmi televisivi che ci mettono a confronto con il dolore possono aumentare i livelli di stress negli spettatori”. Più in generale, gli autori sottolineano che la natura empatica dello stress può avere implicazioni importanti in termini di sviluppo di malattie associate a una vita stressante. Sconfiggi il tuo strees con uno Psicologo Pescara.
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Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/


lunedì 25 gennaio 2016

Come superare l'ipocondria

La terapia cognitivo-comportamentale è una strategia efficace per ridurre gli elevati livelli di ansia con cui convivono gli ipocondriaci. A dimostrarlo è uno studio pubblicato su Lancet da Peter Tyrer e colleghi, secondo cui l'efficacia di questo approccio è doppia rispetto a quelle degli approcci standard, basati sulla semplice rassicurazione del paziente sul suo stato di salute.

Infatti lo studio, che ha previsto di coinvolgere 219 ipocondriaci in un ciclo di terapia cognitivo-comportamentale di circa 6 sedute mentre altri 225 pazienti affetti da ipocondria ricevevano solo rassicurazioni sul proprio stato di salute, ha svelato che mentre quest'ultimo approccio è efficace nel 7% dei pazienti, la terapia cognitivo-comportamentale permette di far rientrare i livelli di ansia nella norma nel 14% dei casi. I primi benefici della terapia sono visibili già poco dopo l'inizio del trattamento e risultano significativamente maggiori rispetto a quelli dell'approccio standard sia 6 sia 12 mesi dopo l'inizio della terapia.

Tyrer, esperto del Centro per la Salute Mentale dell 'Imperial College di Londra, ha spiegato che “l'ansia per la salute è costosa per il servizio sanitario e un trattamento efficace potrebbe far risparmiare soldi riducendo il bisogno di analisi non necessarie e ricoveri ospedalieri d'emergenza”. Da questo punto di vista la terapia cognitivo-comportamentale rappresenta un'opzione valida e relativamente poco dispendiosa.




Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/


martedì 29 dicembre 2015

Come gestire il rientro post-vacanze




Umore in picchiata. Stanchezza, sonnolenza, stress. Tornare a lavoro e agli impegni di tutti i giorni, tra le carte accumulate in ufficio e la casa e i bambini da curare è per 6 milioni gli italiani causa della sindrome da rientro.  "Fisiologicamente tendiamo a tracciare una linea tra un passato trionfale, quello del periodo vacanziero, e un futuro problematico e conflittuale, quello del rientro al lavoro. Si tratta di una linea – spiega - che va in picchiata, da un trionfo a un declino, e che rappresenta solo la nostra paura e le nostre ansie", spiega Piero Barbanti, neurologo dell'Irccs San Raffaele Pisana di Roma. Anche se, come precisa l'esperto, la post-vacation blues non è "una vera e propria patologia". 
Più che sintomi ci sono segnali. Quali? Insonnia, nervosismo, spossatezza eccessiva, ansia, leggera depressione. E ancora, mancanza di concentrazione, mente annebbiata, sentirsi schiacciati per le incombenze della ripresa lavorativa e domestica. Per contrastare sul nascere i problemi, l'esperto consiglia di seguire semplici regole, che riguardano per esempio il sonno e la dieta, cercare di ridurre e dividere i compiti su un periodo più lungo, cercare momenti rilassanti come un bagno caldo serale o il pranzo all'aperto.  

Ecco il decalogo antistress:
1) Dormire molto e bene, evitando di passare dalle 8-10 ore di sonno del periodo vacanziero alle 6-7 che ci si concede al rientro. Eventuali problemi di insonnia vanno affrontati aiutandosi con un bagno caldo la sera o con una tisana.
2) Abituarsi con gradualità, rientrando dalle vacanze alcuni giorni prima della fine delle vacanze per poter tornare senza un impatto brusco alle temperature e ai ritmi cittadini. Se possibile, anche il lavoro andrebbe ripreso gradualmente.
3) Fare movimento, soprattutto se le ferie sono state 'attive'. Fare attività fisica infatti aiuta a diminuire lo stress e a riposare meglio.
4) Seguire un'alimentazione corretta. Il cervello ha bisogno soprattutto di zucchero, perciò ben vengano, senza esagerare, i carboidrati semplici (saccarosio, miele, confetture, frutta) e quelli complessi (pane, pasta, riso e cereali). La melatonina contenuta nella buccia dei chicchi d'uva, ad esempio, può essere un valido aiuto all'umore.

5) Stare alla luce del sole. Il passaggio dalla luce del sole in spiaggia a quella artificiale dell'ufficio può mettere sotto stress il corpo e la mente. Un consiglio: fare la pausa pranzo all'aria aperta.
6) Essere ottimisti. Fare pensieri positivi aiuta a ritagliarsi degli spazi di riflessione e a spostare l'attenzione su cosa desideriamo e sulle nostre capacità.
7) Prendersi delle pause frequenti di almeno 15 minuti ogni due ore per riattivare la circolazione e riposare gli occhi.
8) Niente tecnologia a letto. Non tenere in camera da letto né computer, né cellulare, né televisione, perché il cervello potrebbe smettere di associare quella stanza al momento del sonno, considerandola alla stregua di un 'prolungamento' del salotto.
9) Dopo le vacanze, per i bambini è ancora più importante tornare al ritmo della scuola gradualmente. Occorre dare al bambino il tempo di abituarsi alle lunghe ore che trascorrerà seduto.

10) Concedersi un weekend di relax. Finché il tempo lo consente, dedicare il fine settimana al relax e alla famiglia come se le vacanze non fossero ancora finite, per ricaricarsi e iniziare al meglio la nuova settimana.


Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/







mercoledì 11 novembre 2015

Perchè confondiamo i giorni della settimana?


A giocare un ruolo fondamentale nella diffusissima tendenza a confondere i giorni infrasettimanali è l'influenza sul nostro modo di pensare sul nostro modo di pensare dell'organizzazione del tempo in settimane di 7 giorni. “Il ciclo settimanale di sette giorni si ripete per ciascuno di noi sin dalla nascita – spiega David Ellis, primo nome dello studio – e crediamo che ciò faccia sì che ciascun giorno della settimana acquisisca un suo carattere proprio”. Da questo punto di vista il lunedì e il venerdì sono risultati più fortemente caratterizzati. Ellis e colleghi hanno infatti scoperto che per gli individui coinvolti nel loro studio era più facile associare termini specifici (ad esempio “noioso” oppure “libertà”) a questi due giorni che non al martedì, al mercoledì e al giovedì, risultati più insignificanti e quindi più facilmente confondibili. Non a caso quando ai partecipanti è stato chiesto che giorno fosse la risposta corretta è stata fornita 2 volte più rapidamente quando era lunedì o venerdì rispetto a quando era mercoledì.

Le ricerche non si sono però fermate qui, ed Ellis e colleghi hanno anche scoperto che nella maggior parte dei casi quando si confonde il giorno attuale con quello precedente o con quello successivo – evenienza verificata in quasi il 40% dei partecipanti – lo si fa in uno dei 3 giorni centrali della settimana lavorativa. Non solo, il numero di errori aumenta a più del 50% dei casi nelle settimane che comprendono un giorno di vacanza; in questo caso spesso si finisce per pensare di essere un giorno indietro rispetto a quello corrente. Ciò significa che oltre al carattere tipico del giorno della settimana in cui ci si trova ad entrare in gioco è anche il passaggio dal fine settimana alle giornate lavorative.

I fattori alla base di questo fenomeno potrebbero essere anche culturali. “Un motivo dietro al fatto che in giorni di metà settimana evocano meno associazioni rispetto ad altri giorni potrebbe essere quanto poco spesso siano utilizzati nel linguaggio comune, fatto che darebbe minori possibilità per creare delle associazioni”, ipotizza a tal proposito Rob Jenkins, coautore dello studio. “Ci sono ad esempio molte canzoni pop che utilizzano lunedì o venerdì, mentre i giorni centrali della settimana sono utilizzati raramente”, continua Jenkins. Ma quali sono, dal punto di vista pratico, le implicazioni di questa curiosa scoperta? “Se in futuro – spiega l'esperto – saranno evidenziati dei legami anche con variazioni sistematiche durante la settimana di aspetti del comportamento come il rischio e la tolleranza, le conseguenze potrebbero essere significative non solo per il comportamento del singolo individuo, ma anche per valutazioni psicologiche”.


Fonte :http://salute24.ilsole24ore.com/